Memorie e tracce del cinema Apollo in via Marchese di Roccaforte

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Era un tempo in cui Palermo viveva anche al buio delle sale cinematografiche, e il Cinema Apollo di via Marchese di Roccaforte era uno di quei luoghi che facevano parte del paesaggio quotidiano del quartiere, quasi quanto le botteghe o le chiese. Non era una sala di prima visione, non ospitava le grandi anteprime del centro città, ma proprio per questo era amata: era il cinema “di casa”, quello dove si andava senza fretta, senza abiti eleganti, spesso senza neppure sapere bene che film si sarebbe visto.

All’angolo tra via La Marmora e via Marchese di Roccaforte, resistono ancora oggi due bacheche rettangolari in marmo, incastonate nel muro sotto altissime persiane. Lì venivano affisse le locandine dei film: colori sbiaditi dal sole, titoli promettenti, attori che sembravano più grandi della vita. Sono forse l’ultimo segno visibile di ciò che l’Apollo è stato davvero.

A gestire il cinema, che proponeva film di seconda e terza visione – pellicole già passate nelle sale più importanti ma ancora desideratissime – era la famiglia D’Ippolito, la stessa che conduceva anche il Lux e l’Orfeo. Alla cassa, dove oggi c’è il tavolo di un ottico tra occhiali e lenti, sedeva il signor Sciutto, un uomo anziano e cordiale, grande appassionato di pesca, che vendeva i biglietti con calma e qualche parola scambiata con gli spettatori abituali.

Il biglietto si comprava al botteghino, ma l’orario non contava davvero. Si entrava anche a film iniziato, a volte addirittura al “secondo tempo”. Nessuno aspettava l’inizio: si prendeva posto, si guardava ciò che capitava e poi si restava fino a rivedere la scena già vista. Non era raro assistere prima al finale e poi all’inizio del film, o vedere qualcuno alzarsi e andare via nel bel mezzo della proiezione. Non esistevano limiti di capienza, e la sala si riempiva finché c’era spazio.

Il giorno preferito era la domenica pomeriggio. Si lavorava anche il sabato, e la domenica rappresentava una piccola tregua, un lusso popolare. Alla fine degli anni Sessanta, quando in pochi potevano permettersi un televisore in casa, il sabato sera l’Apollo trasmetteva “Lascia o Raddoppia”, trasformandosi in un punto di ritrovo collettivo, una sorta di salotto pubblico del quartiere.

In fondo alla sala una scala portava alla saletta delle proiezioni, cuore tecnico e invisibile del cinema, da cui partiva la luce tremolante che faceva vivere le storie sullo schermo. Come molti cinema di quartiere, l’Apollo non disdegnava, in certi periodi, anche i film a luci rosse, segno dei tempi e di una sopravvivenza economica sempre più difficile.

Negli anni Ottanta arrivò la crisi. La televisione entrò in tutte le case, poi le videocassette, e per i cinema di seconda e terza visione iniziò il tramonto. L’Apollo non superò quel passaggio: chiuse, cambiò pelle, perse identità. Divenne prima una sala di trattenimento, poi gli spazi vennero divisi.

Al piano terra aprì una sala biliardo che conservò il nome Apollo, quasi per rispetto o nostalgia. Seguirono trasformazioni e avvicendamenti: tre bar, un’altra sala di intrattenimento, un negozio di casalinghi, un supermercato, infine un’ottica. Al piano superiore, per un periodo, una sala da ballo. Dell’antico cinema, oggi, rimane poco o nulla, se non la memoria e quelle due bacheche di marmo che resistono silenziose.

E l’Apollo non era un’eccezione. Nelle pagine dedicate al cinema del Giornale di Sicilia, tra gli anni Settanta e Ottanta, si contavano ancora una sessantina di sale a Palermo, senza considerare le numerosissime sparse in provincia. Un tessuto fitto di cinema rionali, parrocchiali, popolari, che avevano un ruolo economico e sociale fondamentale.

Oggi ne restano poche, al netto delle multisala, che hanno cambiato completamente il modo di andare al cinema. Le vecchie sale di seconda e terza visione sono quasi tutte scomparse, inghiottite dal tempo, dall’economia e dall’evoluzione dei consumi. Ma per chi le ha vissute, restano un pezzo di città, un frammento di vita condivisa, fatto di luci basse, fumo, voci, risate e storie viste magari al contrario, ma intensamente, come solo allora sapevano essere.

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Immagine di Salvino Arena

Salvino Arena