Il regalo di nozze, genesi di un monumento

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Da bambino tutte le volte che andavo a trovare al lavoro mio padre, al mercato Capo, dove aveva un banco per la vendita del pesce, mi soffermavo a guardare tutta quella gente che a sua volta stupita ammirava meravigliata la facciata del panificio adiacente al banco del mio papà.
Incuriosito una volta chiesi a mio padre il perché di tanto interesse attorno al panificio, lui mi rispose dicendo questo è un monumento importante, vengono da tutte le parti del mondo per contemplare il mosaico del “Panificio Morello”.
Frequentavo la prima media e per le vacanze natalizie, tra i compiti da svolgere, l’insegnante di italiano mi lasciò un tema dal titolo “Parla di un monumento della tua città”.
Decisi di fare il mio tema parlando del panificio Morello perché, per me bambino, la sua facciata non era monumentale ma “Il monumento”.
Preparai la bozza dove descrivevo il mosaico che rappresentava un’immagine celestiale, una donna, forse Demetra, che reggeva una ghirlanda di spighe; dei suoi piedi che erano accarezzati da fiori di loto. La testa china a sbirciare tra le massaie che affollavano il mercato. Da alcune guide turistiche appresi soltanto delle scarne notizie: “mosaico in stile Liberty risalente ai primi del ‘novecento”.
Fu un incontro casuale a farmi entrare in contatto con uno dei discendenti di Salvatore Morello, dato che la sua famiglia aveva dato da anni in gestione a terzi il panificio.
Mio padre che era al corrente della mia ricerca sul mosaico, fermò una persona che ovviamente conosceva, che stava varcando la soglia del panificio sito in piazza Capo sotto il numero 5, ossequiandolo disse: Zu Nino, c’è u picciriddu chi avi a fari un tema supra o so furnu, u può aiutari?
Il signor Nino mi prese sotto braccio e mi portò nelle viscere dell’esercizio commerciale, mi indicò un angolo vicino al ripostiglio della legna da ardere e … accarezzandosi i baffetti mi disse in quel posto vi era un seggiolone dove da bambino stava seduto per lunghe giornate e guardava il nonno Salvatore che insieme a papà impastava, infornava per poi sfornare quelle magiche fragranze di pane, mentre l’odore si espandeva per tutto il mercato.
Fu il padre di mia nonna a regalare come dono di nozze a mio nonno Salvatore il panificio, chiamando le migliori maestranze dell’epoca per abbellire la facciata con questo splendido mosaico. So di certo che diversi amici di famiglia in quel periodo, era inizio secolo , si facevano consigliare da amici comuni come i Florio, i Basile o i Withaker per primeggiare in eleganza e gusto con i loro edifici commissionandone la realizzazione ad artisti come i Bevilacqua, Salvatore Gregorietti, o meglio ancora a Ettore De Maria Bergler che in quel periodo aveva affrescato per Ignazio Florio la Villa Igea all’Acquasanta.
Al mio bisnonno facente parte dell’alta borghesia, non era andato giù che la figlia si fosse innamorata sino al punto di sposarlo, di un semplice panettiere. Non potendo nobilitare la persona aveva deciso di nobilitare almeno il luogo dove svolgeva la sua attività.
Soddisfatto, ringraziandolo commisi una gaffe dicendo è bellissimo questo mosaico che raffigura una santa, il Morello dandomi uno scappellotto rispose di rimando bonariamente: Piccirè non è una santa, è una pupa, …. è a pupa du panificio Morello.
Tornato a scuola dopo le vacanze, consegnai il mio tema. Presi un bel 10 e lode per l’originalità del racconto.
Feci tesoro di quel racconto, e diventato ragazzo, quando mi trovavo al banco di mio padre ogni qualvolta che i visitatori mostravano curiosità mi improvvisavo cicerone e illustrando i colori del mercato, raccontavo la genesi della mostra del panificio Morello.
Soffermandomi nel descrivere i particolari, come i piedi sospesi di Demetra, dea del grano, ricordano quelli del Cristo del mosaico di Santa Maria Dell’Ammiraglio meglio conosciuta come “La Martorana”, che incorona re Ruggero II, mentre il sovrano pone saldamente i piedi a terra il Cristo si eleva.
I tasselli che luccicano al baciar del sole mi fanno pensare che l’autore ancora oggi ignoto, si sia ispirato ai dipinti su tela del ciclo “Le Mille e una notte” realizzati nel 1914 dal pittore veneziano Vittorio Zecchin.
C’è voluto un secolo affinchè questa grande opera venisse chiamato per nome.
Era una calda giornata di dicembre dell’anno 2005, un incontro casuale mi fece conoscere una persona speciale, che come me era rimasta stregata dalle splendide fattezze della “Pupa”, un’insegnante del C.E.I di Palermo arrivata al Capo per rendergli omaggio.
Era la professoressa Luigia Viscuso che con gli alunni della III C era alla caccia, fino ad allora infruttuosa, di notizie sul mosaico del panificio Morello, che servivano per realizzare un lavoro per un concorso organizzato dal FAI (Fondo per ’Ambiente Italiano).
Fu il gestore del Panificio che mi fece incontrare con la scolaresca alla quale raccontai tutto quello che sapevo sul mosaico nel descrivere l’opera continuavo a chiamarla “la Pupa”.
Quando Il lavoro di ricerca fu completato la professoressa Viscuso decise di intitolare il librello che raccontava l’esperienza fatta “‘A pupa du Capu”. Grazie al successo mediatico da quel giorno il mosaico del Panificio Morello è conosciuto con l’appellativo ‘A Pupa du Capu.
Sono passati tantissimi anni da quel “10 e lode” e ancora oggi tutte le volte che vado al Capo mi fermo a contemplare il mosaico che non c’è più *, mi piace chiudere gli occhi per sentire gli odori e riascoltare il vociare dei putiari che decantano le proprie mercanzie, mio padre che “abbannia”: ruosi, ruosi di tunnina, …. talè che viva sta sarda. poi riaprendoli mi ritrovo in un mercato spento e senza anima che aspetta che almeno “la Pupa” ormai restaurata ritorni a fare bella mostra davanti al Panificio che tristemente tiene le saracinesche abbassate.
*Dal 2016 i pannelli del mosaico del panificio Morello si trovano nei laboratori di Palazzo Ajutamicristo dove sono stati eseguiti dei lavori di restauro.
(Arena Salvatore)

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Salvino Arena

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