Avevo finito il mio racconto sul palazzo dei Conti Pilo quando mi è stata posta una domanda intrigante: “Come sono chiamati gli abitanti di Capaci?” Mentre cercavo di dare la risposta più precisa possibile, è intervenuto un signore del posto di nome Rocco. Con un sorriso amichevole, ha detto: “Per i più anziani, siamo chiamati ‘Capacioti’. Ma ormai si preferisce dire ‘Capacensi’. Il vero paesano doc, però, si identifica come ‘Capacioto’.”
Rocco, un uomo affabile e orgoglioso delle sue radici, ha poi aggiunto con un pizzico di sorpresa: “Sapete, i veri ‘Capacioti’ sono congolesi! Come me!” Naturalmente, la nostra curiosità ci ha spinto a chiedergli il motivo di questo collegamento con il Congo.
Rocco ci ha raccontato un’interessante storia degli anni sessanta. Durante la festa dei morti del 2 novembre, i bambini di Capaci si divertivano sparando con pistole giocattolo. Questo gioco gioioso ha attirato l’attenzione dell’arciprete Don Antonio Monteleone, che, mentre celebrava la Messa, esclamò scherzosamente: “Mi sembra di trovarmi nel Congo!”
Da quel giorno, la parte di Capaci che si estende alle spalle della chiesa madre è stata affettuosamente chiamata “Congo”. È un ricordo vivace di un momento divertente e pieno di spirito comunitario che ha creato un legame speciale tra Capaci e la sua comunità congolesa.
Nella piazza principale di Capaci, il nostro sguardo è subito catturato da una piccola e graziosa chiesetta, incastonata tra due edifici vicini come una gemma preziosa. Il suo semplice prospetto in mattoni a faccia vista, dal caldo colore del cotto, trasmette un senso di sobria eleganza.
Il portale d’ingresso, in candido bianco, spicca al centro della facciata: è impreziosito da cornici modanate e da due mensole decorative, sormontato da una finestra semicircolare che lascia filtrare la luce del giorno all’interno. In alto, una serie di archi a tutto sesto corona l’edificio, conferendogli un ritmo armonioso. Tra gli archi trovano posto due statue bronzee laterali e, al centro, una croce, sotto la quale pende la campana che ancora oggi richiama i fedeli.
Accanto al portone, una targa illustrativa racconta la storia della chiesa: si tratta della Chiesa di Maria Addolorata, ricostruita nel 1957 nello stesso luogo dove, nel 1573, sorgeva l’antica Matrice.
Il portale è aperto, e la curiosità ci spinge a entrare. L’interno si presenta con una pianta ad aula unica rettangolare, semplice e raccolta. Il presbiterio, rialzato di due gradini rispetto al resto dell’aula, è evidenziato da una nicchia posta sulla parete di fondo, che custodisce la statua della Madonna.
Il soffitto piano è decorato con motivi cassettonati, che donano un tocco di eleganza alla semplicità dello spazio. Le pareti intonacate, chiare e luminose, sono rifinite alla base da un elegante lambris di marmo, mentre lesene sobrie scandiscono ritmicamente i lati dell’aula, accompagnando lo sguardo verso l’altare.
Questa piccola chiesa, pur nelle sue dimensioni contenute, custodisce la memoria di secoli di fede e di storia, offrendo al visitatore un momento di quiete e di bellezza autentica nel cuore di Capaci.







