Una gita a Capaci” Puntata 12 Ninuzzu e i racconti incisi nelle targhe

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Nel cuore del centro storico di Capaci le strade brillano più delle altre. Le pietre sono pulite, i marciapiedi ordinati, e davanti alle case aleggia sempre un profumo di fresco e di buono.
Chi passa di lì, lo sa bene: è merito di Ninuzzu.

Seduta davanti al davanzale della sua finestra, una signora racconta con orgoglio:
«Ci pensa tutti i giorni Ninuzzu a pulirla, questa strada. Non gliel’ha chiesto nessuno, ma lui lo fa lo stesso, perché per lui Capaci è casa.»

Antonio Costanzo, per tutti “Ninuzzu”, è un ragazzo speciale. Ha qualche difficoltà mentale, come dicono con delicatezza in paese, ma il suo cuore non conosce ostacoli. Ogni mattina, con la sua scopa e la sua paletta, percorre le vie del centro storico. Non lo ferma il caldo, né la pioggia. Lo si vede sempre con un sorriso buono e la voglia di rendere il suo quartiere un posto più bello per tutti.

Non lo fa per essere ringraziato, e forse non si rende nemmeno conto del grande esempio che offre ogni giorno. Ma il suo gesto, semplice e costante, parla di rispetto, di cura, di amore per gli altri — un amore che non chiede nulla in cambio.

Per questo motivo, il Sindaco di Capaci, Pietro Puccio, ha voluto consegnare a Ninuzzu una targa come segno di riconoscenza. Un piccolo grande gesto per onorare una persona che, senza clamore, dona tempo e cuore alla sua comunità.

Il riconoscimento non è soltanto per la pulizia delle strade, ma per la purezza del suo spirito: quello di chi, pur con le sue fragilità, riesce a essere una luce per gli altri.

E forse è proprio questo che serve, oggi più che mai: persone come Ninuzzu, capaci di insegnare con la semplicità dei gesti che la gentilezza è la forma più autentica di intelligenza.

Completo e concludo il racconto su questo singolare personaggio dicendo ai miei amici che Ninuzzo è iscritto alla congregazione dei confrati del Simulacro del Cristo Morto, che ogni anno viene portato in processione per le strade del paese. Proprio nell’edizione dello scorso anno è stato sorteggiato come “Apostolo” per la tradizionale Lavanda dei Piedi, un ruolo molto ambito da tutti i membri della confraternita.

Passeggiavamo piano piano tra le stradine del centro storico di Capaci, io davanti e i miei amici veneti dietro che si guardavano attorno con quella curiosità di chi in Sicilia ci viene e scopre che ogni pietra ha una storia da raccontare.

“Ruggero,” mi fa uno di loro indicando una targa appesa sopra un portone antico, “ma com’è che qua i nomi delle strade sembrano parlare delle persone che ci abitavano?”

E io, con quel sorriso da palermitano che aspetta solo l’occasione buona per raccontare, gli dissi:
“Eh picciotti miei, perché a Capaci la toponomastica non è solo un fatto di nomi… è memoria viva.”

Così iniziai a spiegargli che il 30 settembre del 2024 il paese si era risvegliato con targhe nuove, eleganti, tutte in ceramica, belle da vedere e ancora più belle da leggere. Non c’era scritto soltanto il nome ufficiale della via o della piazza: accanto comparivano pure gli antichi nomi popolari, quelli che usavano i nostri nonni, insieme allo stemma del Comune.

“Vedete,” gli dissi fermandomi davanti a una piazza, “questa oggi si chiama Piazza Matrice, ma per i capacioti è sempre stata ‘A Funtana Ranni’.”

I miei amici si misero a ripetere il nome in dialetto ridendo come bambini.

Poco più avanti indicai via Abate Meli:
“E questa invece? Qua sopra c’è scritto pure ‘A Ravanedda’. Ogni strada aveva un soprannome legato a un mestiere, a una famiglia, a una storia di quartiere. E poi ci sono nomi antichissimi come ‘A Strata ri Purcidduzzi’ oppure ‘A Strata ra Maruonna’. Sono pezzi di paese che resistono al tempo.”

Gli raccontai che tutta questa idea era nata grazie a Orazio Ferrante, storico locale innamorato della sua terra, e che il sindaco Pietro Puccio aveva sostenuto il progetto proprio per non fare perdere alle nuove generazioni le parole e i ricordi di una volta.

Camminando vicino al centro storico ci fermammo davanti alla targa dedicata a Rosolino Pilo, uno dei figli più illustri di Capaci.

“Questa,” dissi con orgoglio, “è una delle più belle.”

La targa racconta in poche righe la vita del conte Rosolino Pilo e fu donata da un abitante della strada stessa, che però tutti qua continuano a chiamare “A Strata ra Allacchia”, dal nome di un vecchio panettiere che aveva il forno proprio lì.

“Capite ora?” gli chiesi.
“Le targhe ufficiali cambiano… ma il cuore della gente si ricorda tutto.”

Arrivati all’ingresso del paese indicai un’altra targa, più moderna, in plexiglass, dedicata a Dario Russo. Raccontai ai miei amici la storia di quel giovane bagnino palermitano che nel 2005, a soli ventotto anni, perse la vita dopo avere salvato una donna dal mare.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi continuammo la passeggiata lungo il corso principale, dove le nuove scritte toponomastiche compaiono addirittura sulla pavimentazione: pietre bianche incastonate nell’acciottolato nero.

“Queste,” spiegai, “sono le famose strade ‘acchiana e scinni’… sali e scendi, come diciamo noi.”

I veneti si guardavano attorno affascinati, e io continuavo a raccontare di come a Capaci le vie siano state organizzate quasi come una mappa della memoria: ci sono zone dedicate alle città siciliane, alle regioni italiane, agli scrittori, agli sportivi, ai politici.

Poi, raccontai di una scritta fatta con vernice e righello vicino alla targa dedicata a Giorgio Almirante.

dissi.
“Pure questa è toponomastica. Non serve solo a ricordare il passato… a volte serve pure a discutere il presente.”

E mentre il sole si rispecchiava sulle case di Capaci, i miei amici capirono che quelle targhe non erano semplici indicazioni stradali. Erano voci. Voci di un paese che continua ancora oggi a raccontarsi.

 

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Immagine di Salvino Arena

Salvino Arena