“La vecchia dell’aceto”. Il serial killer di Palermo

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Il serial killer più famoso di Palermo fu una donna di nome Giovanna Bonanno. Nata a Palermo nel 1713 e morta il 30 luglio 1789, Giovanna condusse una vita oscura e vissuta tra gli angoli più poveri della città, all’interno dei rioni delimitati dal Palazzo della Zisa e il mercato del Capo. La sua presenza, caratterizzata da un aspetto fisico poco attraente e lineamenti non particolarmente gradevoli, le procurò il soprannome di “strega.”

La sua vita prese una svolta inaspettata quando assistette a un evento fortuito davanti alla bottega di un aromataio situata nella zona del Papireto. Una madre disperata portò la sua bambina sofferente davanti a questa bottega, poiché la bambina aveva ingerito per errore una miscela di aceto e arsenico, nota come “aceto per pidocchi,” venduta proprio da quell’aromataio. L’uomo tentò di salvarla facendola ingerire olio fino a quando la bambina vomitò, riuscendo a salvarle la vita.

 

Giovanna, osservando questo miracoloso evento, decise di acquistare alcune dosi di quest’aceto speciale. La donna, intelligente e astuta, comprese immediatamente il potenziale economico di questa sostanza e come potesse cambiarle la vita. Intravide l’opportunità di sfruttare la sostanza a fini sinistri e cominciò a sperimentare su un cane randagio. Inzuppò un pezzo di pane nella miscela e lo diede da mangiare al cane, poi lo legò al bastione di Porta d’Ossuna e se ne andò. Quando tornò per controllare, trovò il cane morto. Scoprire che il veleno non lasciava tracce fu cruciale per i suoi futuri piani.

Cominciò a offrire il potente veleno, che aveva ribattezzato “arcano liquore aceto,” alle sue conoscenti che desideravano liberarsi dei loro mariti senza destare sospetti. La prima cliente fu una vicina che voleva “separarsi” dal marito per dedicarsi completamente al suo amante. Tuttavia, la dose acquistata si rivelò sufficiente solo a causare forti dolori di stomaco al marito. La donna dovette acquistare altre due dosi per vedere il marito, che finì inutilmente ricoverato in ospedale e alla fine morì. Nessun medico riuscì a individuare la causa della morte, dando a Giovanna la certezza che il suo crimine rimanesse impunito.

 

Così cominciò a essere contattata da altre donne desiderose di sbarazzarsi dei loro mariti. Le clienti acquistavano l'”arcano liquore” e lo somministravano gradualmente ai loro mariti, che morivano nel giro di 15 giorni dopo atroci sofferenze. Nessun medico riusciva a capire la causa delle loro morti, attribuendole a febbri gastrointestinali.

 

Il tragico piano di Giovanna ebbe termine quando la madre di una delle vittime, insospettita dalla morte improvvisa del figlio, iniziò a sospettare che si trattasse di un maleficio. Dopo aver consultato il prete e successivamente la polizia, quest’ultima organizzò un falso acquisto dell’aceto e colse Giovanna in flagrante delitto.

 

Arrestata e rinchiusa nelle celle sotterranee del carcere dello Steri, Giovanna fu processata e condannata a morte per avvelenamento e stregoneria. Dopo l’arresto, confessò i suoi crimini, permettendo alla giuria di identificare i pochi sopravvissuti al suo veleno. I documenti del processo testimoniano che la donna credeva sinceramente di offrire un servizio alla comunità.

Gli omicidi accertati e imputati alla Giovanna Bonanno furono sei, tutti avevano ingerito il potete veleno.

Il 30 luglio 1789, Giovanna Bonanno venne impiccata in Piazza degli Ottangoli, situata nell’incrocio tra via Maqueda e via Toledo, noto come Quattro Canti. La sua morte segnò la fine della sua triste carriera criminale.

Chi crede nell’occulto racconta che la Bonanno è restia a lasciare questo mondo e così va di luogo in luogo in cerca di pace. Così il fantasma della “vecchia dell’ aceto”, si dice, continua a vagare in certe notti per quei quartieri e vicoli di Palermo a cui sembra sia rimasta affezionata.

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Salvino Arena

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