Dopo la toccante visita al Giardino della Memoria, ci siamo incamminati per circa un chilometro fino a raggiungere il cuore del paese. Come vi avevo anticipato, Capaci si sviluppa lungo i due lati della strada statale, e proprio qui, al centro della comunità, si respira un’atmosfera di festa unica. La scena che ci accoglie è straordinaria: enormi pentoloni, disposti in fila e alimentati dal calore di vivaci fuochi a legna, stanno già bollendo per preparare il tradizionale minestrone di San Giuseppe, pronto per essere offerto a tutti.
È un colpo d’occhio incredibile, un’immagine che parla di condivisione e tradizione: la lunga fila di pentole fumanti sembra raccontare la storia di un paese unito dalla devozione e dal desiderio di stare insieme. Decidiamo di immergerci ancora di più nell’atmosfera della festa, facendo un giro nel centro storico. Qui scopriamo che molte famiglie hanno deciso di partecipare attivamente alla celebrazione: davanti alle loro abitazioni, in un gesto di ospitalità e fede, preparano i propri minestroni, contribuendo a rendere la festa ancora più autentica e sentita.
Il mio amico vicentino Pierobon, con un’espressione tra il curioso e il perplesso, mi indica un signore che, in un siciliano per lui incomprensibile, attira l’attenzione dei passanti mostrando un enorme incarto da pasticceria.
«Chi è questo? E cosa sta dicendo?» mi chiede con genuina curiosità.
Quel signore si chiama Manuele ed è l’“arriffatore” del paese, ovvero l’organizzatore di lotterie istantanee. Ogni giorno mette in palio premi diversi, finanziando il tutto con la vendita dei biglietti. È così che riesce a tirare avanti. Oggi il premio in palio è una guantiera di sfince di San Giuseppe, il dolce tipico del 19 marzo.
Ora, cari amici del Nord, mi tocca spiegarvi cosa significhi “guantiera” e come siano fatte le sfince di San Giuseppe.
La guantiera: un termine dal fascino storico
La parola “guantiera” è una sorta di termine apolide: non appartiene ufficialmente alla lingua italiana, ma è ben radicata nel dialetto palermitano, dove indica un vassoio su cui vengono servite prelibatezze.
In passato, le guantiere erano spesso di porcellana, ornate da eleganti ringhiere di metallo cesellate a mano. Nelle famiglie benestanti, erano realizzate in argento o ottone con manici in madreperla, mentre le versioni più comuni erano in acciaio. Il termine si è affermato a Palermo durante la dominazione spagnola e deriva dallo spagnolo aguantar, che significa “reggere” o “sostenere”. Non a caso, ancora oggi in dialetto si usa dire anguantari come sinonimo di afferrare o prendere.
Le sfince di San Giuseppe: il dolce della tradizione
Nella guantiera che Manuele tiene in mano ci sono 19 sfince, una per ogni giorno che precede la festività di San Giuseppe. Questo dolce tipico della cucina palermitana invade la città ogni 19 marzo, quando le pasticcerie producono migliaia di sfince, riempiendo i vicoli e le strade di un profumo irresistibile.
La sfincia di San Giuseppe è una pasta fritta nello strutto, poi farcita con ricotta zuccherata arricchita da gocce di cioccolato fondente e canditi (di solito una ciliegia o una scorzetta d’arancia). Il termine “sfincia” deriva dall’arabo ʾisfanj e, attraverso il latino spongia (“spugna”), descrive perfettamente la consistenza morbida e irregolare del dolce. In alcuni dialetti siciliani, la -f- diventa occlusiva, dando vita alla variante “spincia”.
In Sicilia, il termine “sfincia” si usa per indicare qualsiasi prodotto culinario di consistenza morbida, simile a una spugna, spesso fritto e condito in modi variabili, dolci o salati.
L’attesa della riffa
Contagiati dall’atmosfera, anche noi decidiamo di acquistare un paio di numeri. Come i Re Magi che seguono la stella cometa, seguiamo l’uomo della riffa, osservandolo vendere gli ultimi biglietti prima dell’estrazione. L’attesa è intrisa di un’euforia infantile, di quella magia semplice che solo i piccoli gesti quotidiani sanno regalare.
Foto: sfince di San Giuseppe







