Una gita a Capaci Puntata 10. Tra Chiesa Madre e Palazzo Pilo: l’anima della piazza di Capaci

Condividi su

Facebook
WhatsApp

La nostra passeggiata nel centro storico di Capaci continua tra racconti, curiosità e quei profumi di festa che, da palermitano, riconosco subito e che non smettono mai di sorprendermi. È il giorno della tradizionale Sagra del Minestrone di San Giuseppe e le strade del paese sono piene di gente: capacensi, famiglie, e visitatori arrivati da fuori per condividere una delle ricorrenze più sentite della comunità. Io faccio da guida ai miei amici veneti. Mi chiamo Ruggero, sono di Palermo, e ogni volta che racconto la mia terra mi accorgo che non è mai solo una passeggiata: è un viaggio dentro la memoria. Capaci, con la sua storia, si presta perfettamente a questo racconto continuo. Arriviamo nella piazza principale e li invito subito a guardarsi attorno. Qui, dico sempre, fede, storia e vita civile convivono da secoli nello stesso spazio. Da una parte la Chiesa Madre, che è il cuore spirituale del paese; dall’altra il Palazzo Pilo, oggi sede del Comune di Capaci, che sembra quasi vigilare sulla piazza con la sua presenza imponente. Grazie alla disponibilità di un consigliere comunale, entriamo anche dentro il palazzo. Mentre attraversiamo saloni e corridoi, mi piace raccontare che questo edificio non è sempre stato un luogo istituzionale: era la residenza dei Conti Pilo e ha visto momenti anche duri della storia del paese. Durante i moti del 1820 venne incendiato, poi per anni rimase ferito e silenzioso, fino al grande restauro concluso nel 2010 che gli ha restituito dignità e vita nuova. Oggi è pieno di funzioni: biblioteca comunale, museo civico, spazi per mostre ed eventi culturali. Ogni volta che lo racconto ai miei amici, sottolineo che non è solo un edificio amministrativo, ma uno dei simboli della rinascita di Capaci. E ricordo sempre che sorge nel punto più antico del paese, insieme alla Chiesa Madre e alla Fontana Grande, il nucleo originario da cui tutto è nato. Entrando nel Palazzo Comunale, i loro sguardi si fermano subito su un quadro del 2009 del pittore capacioto Enzo Vassallo: Rosolino Pilo. È un’immagine che non si dimentica facilmente. E da lì parto sempre con la storia. Rosolino Pilo nasce a Palermo nel 1820, da una famiglia nobile legata ai conti di Capaci. Ma sceglie presto un’altra strada: lascia l’aristocrazia per seguire gli ideali di libertà e unità nazionale che attraversavano l’Italia del suo tempo. Nel 1848 è tra i protagonisti della rivoluzione siciliana contro i Borbone, e dopo la sconfitta vive l’esilio senza mai abbandonare la causa patriottica. Tra Marsiglia, Genova, Malta e Londra entra in contatto con i grandi pensatori del Risorgimento, soprattutto Mazzini, di cui diventa un seguace convinto. Poi, nel 1860, torna in Sicilia per preparare la strada alla spedizione dei Mille di Garibaldi, organizzando insorti e resistenza. Morirà proprio in quel contesto, il 21 maggio 1860, ferito tra Monreale e San Martino. Nel piano inferiore del palazzo ci fermiamo davanti a una grande macina in pietra. Ogni volta dico la stessa cosa: qui si sente ancora la voce del lavoro antico. È la testimonianza della vocazione agricola del territorio, soprattutto della coltivazione dell’ulivo che ha segnato per secoli la vita economica locale. Da lì il discorso scivola naturalmente sul cibo, perché non si può parlare di questi luoghi senza arrivare alle “vastedde cunzate”. Le descrivo sempre con entusiasmo: pane non lievitato, olio nuovo, sale, pepe, acciughe e caciocavallo. Un tempo venivano offerte dai proprietari terrieri alla popolazione per celebrare la fine della raccolta delle olive. E ancora oggi quella tradizione vive nella Sagra della Vastedda, che ogni anno anima il paese e porta anche una piccola e simpatica rivalità con Torretta, che custodisce la stessa usanza. Quando usciamo dal palazzo, raggiungiamo la Fontana Grande. L’acqua che scorre dai due cannoli è una pausa naturale, quasi obbligata. Mentre i miei amici veneti si dissetano, racconto che questa fontana è uno dei monumenti più antichi di Capaci. È documentata già prima del 1673, ma le sue origini probabilmente risalgono al XVI secolo, quando il borgo si stava espandendo sotto la famiglia Beccadelli Bologna. Per secoli è stata punto di incontro, di lavoro, di vita quotidiana: non solo una fontana, ma un vero spazio sociale. Ci sediamo sul bordo della vasca in pietra. Loro ascoltano, io continuo a raccontare. Attorno a noi la piazza è viva: famiglie che passeggiano, bambini che corrono, e nell’aria i profumi intensi del minestrone di San Giuseppe che ricordano perché oggi il paese è in festa. E in momenti così mi rendo conto che raccontare questi luoghi, per me, significa semplicemente farli vivere un’altra volta.

Foto: La Fontana grande di Capaci

Lascia un commento

Immagine di Salvino Arena

Salvino Arena