Quando le “Case chiuse” erano aperte. le case chiuse di Palermo

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Era l’anno 1958 e la senatrice Merlin vinse la battaglia più grande della propria vita, ottenendo la chiusura dei bordelli, simbolo di oscenità in una nazione avviata verso il boom economico e l’emancipazione totale delle donne.
A Palermo i casini erano numerosi e ben attrezzati (almeno quelli in regola e registrati). Tra i tanti si ricordano :
“Pensione delle Rose” in via Ventura dietro al teatro Politeama.
“Pensione Jolanda”, sempre in via Ventura ma al piano inferiore del precedente.
“Pensione Flores” in via Gagini, dove si serviva nientemeno che Salvatore Giuliano.
“Il ritrovo Taibbi” in piazza Monte di Pietà e “L’Igea” in via Lungarini.
“Vemeille” ed il “Settequarti” in vicolo Marotta, traversa di Corso Vittorio Emanuele.
“Pensione 900”, la cui attività fu interrotta tragicamente dal bombardamento del marzo ’43.
Il casino gestito da madame Teresa Valido, in corso Vittorio Emanuele, il preferito dai gerarchi fascisti.
“La pensione Buganè”, a piazza Sant’Oliva, di fronte al Circolo Ufficiali dell’Esercito, tra i più  fedeli frequentatori, ma frequentato anche dagli ecclesiastici.
Ma questi erano i casini più’ “ in “… Gli altri, meno eleganti e confortevoli, erano disseminati un po’ per tutta la città, dalla Cala alla via Cassari, dal vicolo Ragusi a via Candelai.(nella foto un prezzario di una casa d’appuntamenti).

Tra le prostitute palermitane molti ricordano Sabella, Niculietta e “A Tri mutura”. Erano tre colleghe- rivali che esercitavano nelle strade di Palermo negli anni ”60 e ’70  il lavoro più antico della storia, ovvero erano prostitute, tanti momenti di sesso sfrenato regalarono ai numerosi clienti occasionali. Nonostante la poco nobile professione sono tuttora ricordate simpaticamente dai palermitani.

Una giusta menzione tra le benemerite lavoratrici della strada, la merita “La sciancata” pensate che gli mancava una gamba e si aiutava appoggiando il moncone ad una sedia di paglia.

La mutilata, lavorava al corso Olivuzza nei pressi del passaggio a livello, la più grossa offesa che si faceva in quegli anni era “va stricati a facci na mutilata”.

Ancora oggi si “parla” della “tri mutura” perchè è stata prodotta una birra artigianale porta il suo nome.

 

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Salvino Arena

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