Di ritorno dalla spiaggia, prima di raggiungere la sagra ancora in fase di allestimento nel centro storico, decidemmo di fare una deviazione verso il Giardino della Memoria. Tuttavia, prima di proseguire, ci fermammo brevemente nella villa comunale.
Questo luogo, a partire dal 2020, ha accolto due anatre selvatiche che, durante il periodo della pandemia, si staccarono dal loro stormo e scelsero la villa come rifugio. Ormai sono diventate un simbolo per chi frequenta questo spazio verde, una presenza familiare che sembra aver trovato il proprio posto in un contesto urbano. La villa è dedicata alla memoria di Francesca Morvillo, giudice e moglie di Giovanni Falcone, un omaggio che aggiunge un’aura di solennità a questo angolo di tranquillità.
Attorno a questa area verde, i palazzoni degli anni ’70 si ergono imponenti, visibili persino dall’autostrada per chi giunge da Trapani. Un complesso edilizio che include anche una colonna monumentale, su cui svetta l’effige della Madonna col Bambino. Il progetto, firmato dal geometra Letterio Sacca, rappresenta un esempio dell’architettura dell’epoca, alla quale appartiene anche la villa comunale stessa, con la sua sobria eleganza.
Proseguendo, ci inoltrammo lungo la via degli Oleandri, al confine tra Capaci e Isola delle Femmine, per poi imboccare via Gaetano Longo. Una strada dal nome evocativo, dedicata all’ex sindaco di Capaci, vittima di un feroce agguato mafioso.
Gaetano Longo, figura di spicco della Democrazia Cristiana, fu sindaco di Capaci dal 1962 al 1975, capogruppo al comune e segretario della sezione locale del partito. Aveva appena 49 anni quando, il 17 gennaio 1978, fu assassinato sotto gli occhi del figlio undicenne, Giustino, che stava accompagnando a scuola. Due killer lo colpirono con tre proiettili di una P38, che non lasciarono scampo. Un episodio che segna ancora profondamente la memoria collettiva del luogo.
Siamo arrivati nel luogo esatto dove, il 23 maggio 1992, Giovanni Brusca azionò il telecomando che causò l’esplosione di 1000 kg di tritolo, sistemati all’interno di fustini nel cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada Palermo-Trapani.
In questo splendido giardino sono stati piantati numerosi ulivi, simbolo non solo del Mediterraneo e del “Getsemani” situato al di fuori delle antiche mura di Gerusalemme, ma anche rappresentazione di pace, saggezza, fertilità e prosperità. L’emozione cresce quando si scopre che ad ogni ulivo è stato dato il nome di una vittima della mafia, formando così un “Getsemani” dei martiri della legalità.
A pochi passi dal tunnel dove quel tragico giorno esplose il tritolo, oggi si trova una parete con una scritta molto significativa: “Non ci avete fatto niente”. Numerosi sono anche i simboli artistici contro la mafia che sono stati realizzati qui. Gli studenti dell’Istituto Carini Calderone Torretta, in collaborazione con l’associazione Quarto Savona Quindici, hanno creato un pannello di ceramica intitolato “Stop al silenzio”. Inoltre, la Dia, che ha recentemente celebrato i suoi 30 anni di attività, ha donato un’opera dal titolo “Vedo, sento e parlo”, ritraendo volti di bambini come segno di speranza per il futuro, realizzata dal maestro Boscia. A breve distanza, tra gli ulivi, un’altra opera, questa volta composta da sassi e terra di questo giardino, è stata creata dall’artista ladino Gerald Moroder.
Graziana mi chiede cosa sia “Quarto Savona Quindici” e perché questo nome sia così presente nel giardino.
“Quarto Savona 15” era il codice radio della Fiat Croma blindata della Questura di Palermo, scorta di Giovanni Falcone, a bordo della quale viaggiavano l’assistente Antonio Montinaro, l’Agente Vito Schifani e l’Agente Rocco Dicillo. Per anni, la Quarto Savona 15 è rimasta quasi dimenticata.
Nel 2011, dopo essere stata donata all’Associazione Quarto Savona 15, fondata dalla vedova Montinaro, l’auto ha ripreso la sua marcia. La Teca testimonia plasticamente che, nonostante gli attacchi della mafia, la macchina della scorta del giudice Falcone vive ancora come simbolo di legalità. Da Palermo, la Quarto Savona 15 continua il suo viaggio, scortata dalla Polizia di Stato, per preservare la memoria e ricordare a tutti, senza eccezioni, che Antonio, Vito e Rocco non erano solo “uomini della scorta”, ma anche padri, mariti, figli e fratelli.
Oggi il parco in cui ci troviamo è chiamato Quarto Savona Quindici, in onore di questa memoria.
Invitai i miei amici a guardare verso monte e mostrai loro una piccola casetta bianca, con la scritta “No Mafia” in caratteri cubitali ben visibili. Questa casetta, oggi di proprietà di AMAP SPA, è tristemente nota per essere stata il luogo in cui fu azionato il telecomando dell’esplosivo che causò la strage del 23 maggio 1992.
Per raggiungere la casetta, bisogna dirigersi verso Capaci e salire lungo via Cracolici, il sentiero che porta fino alla sua vicinanza.
Foto: La teca con i rottami dell’auto Quarto Savona Quindici nel Parco della Memoria.







