Una gita a Capaci (Arena Salvatore) Puntata 14 Il giro tra le tavolate di San Giuseppe

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Io ero con i miei amici arrivati dal Nord Italia, ci accorgemmo che Capaci quel giorno era diversa.

Le strade erano piene di gente, le piazze animate e, soprattutto, nell’aria c’era un profumo che non lasciava dubbi.

A un certo punto uno dei miei amici si fermò.

«Ruggero… ma che profumo è?»

Sorrisi.

«Non ci vuole un detective. È il minestrone di San Giuseppe!»

Pochi passi ancora e comparvero le prime quarare, grandi pentoloni sistemati all’aperto, con il fuoco di legna che bruciava lentamente sotto il loro ventre.

Ci avvicinammo.

Dalla pentola uscivano nuvole di vapore. Qualcuno aggiungeva legna al fuoco, qualcun altro mescolava lentamente il minestrone, mentre intorno si radunavano persone, amici, famiglie e curiosi.

«Ma si cucina davvero per strada?» chiese uno dei miei amici, quasi incredulo.

«Certo! Oggi Capaci è una cucina a cielo aperto.»

E quello fu soltanto l’inizio.

Decidemmo di fare il giro delle tavolate.

Passavamo da una piazza all’altra, ci fermavamo davanti a ogni gruppo e, ogni volta, qualcuno ci raccontava qualcosa.

«Da quanto tempo fate questa tradizione?»

«Da sempre!»

«E cosa ci mettete dentro?»

E qui cominciavano le discussioni.

Fagioli, ceci, lenticchie, verdure di stagione, broccoli, sedano, carote, cipolla, finocchietto selvatico. E poi le castagne secche e la pasta mista.

Ma la cosa che mi colpiva era che ogni tavolata sembrava avere il proprio piccolo segreto.

Qualcuno insisteva sulla cottura lenta.

«Il fuoco deve essere dolce, non bisogna avere fretta.»

Un altro raccontava dei legumi.

Un’altra signora ci spiegava che certe verdure erano indispensabili.

E noi ascoltavamo, assaggiavamo e facevamo domande.

Alla fine, in ogni tavolata, finivamo inevitabilmente con un assaggio in mano.

«Ruggero, ma dobbiamo assaggiare tutto?»

«Assolutamente sì. Sarebbe maleducazione dire di no!»

E così il nostro giro continuava.

Più camminavamo, più capivamo che quel minestrone non era soltanto un piatto.

Era un modo di stare insieme.

Le origini precise della manifestazione si perdono nel tempo. Nessuno sembra poter indicare con certezza il giorno in cui tutto cominciò. Ma proprio questo, forse, rende ancora più bella la tradizione.

La sua forza è stata tramandata di generazione in generazione, con una tenacia che racconta molto dell’animo di questa comunità.

Un tempo, quando la povertà era una realtà quotidiana e non era raro che qualcuno avesse poco o nulla da mettere in tavola, la grande pentola poteva diventare anche uno strumento di solidarietà.

Si cucinava per tutti.

E quel “per tutti” era forse il vero ingrediente della ricetta.

«Vedete?» dissi ai miei amici. «Qui il minestrone non si prepara soltanto per essere mangiato. Si prepara per essere condiviso.»

Arrivati davanti a un’altra quarara, uno dei miei amici mi chiese:

«Ma perché si chiama quarara?»

Quella era una domanda che aspettavo.

«La quarara è una grande pentola, tradizionalmente di rame, utilizzata per cucinare grandi quantità di cibo. Era la pentola delle famiglie numerose, delle feste, delle ricorrenze… e delle occasioni in cui bisognava sfamare tanta gente.»

Indicai il grande recipiente che avevamo davanti.

«Guardatela bene. Questa non è semplicemente una pentola. È quasi un pezzo della nostra storia.»

Poi aggiunsi:

«E ci sono anche i quararari, gli artigiani che un tempo costruivano questi recipienti e altri oggetti di metallo. A Palermo, nel cuore dell’antico quartiere ebraico, è rimasta persino la memoria di questo antico mestiere nel nome di via dei Calderai

I miei amici ascoltavano incuriositi.

Nel frattempo il minestrone continuava a sobbollire.

Il fuoco scoppiettava sotto la quarara, la legna si consumava lentamente e il vapore si alzava nell’aria.

Era impossibile resistere.

Ci servirono una scodella fumante.

Assaggiammo.

Silenzio.

Poi uno dei miei amici disse:

«Ruggero… questo è veramente buono.»

Io sorrisi.

«Ve l’avevo detto. Ma aspettate… c’è un problema.»

«Quale?»

«Dobbiamo fare il bis.»

E nessuno ebbe il coraggio di contraddirmi.

Del resto, il minestrone di San Giuseppe si può assaggiare tutto l’anno con la memoria, ma quello cotto nella quarara, sul fuoco di legna, insieme alla gente di Capaci, bisogna aspettare San Giuseppe per ritrovarlo.

Così continuammo il nostro giro.

Una tavolata dopo l’altra.

Un racconto dopo l’altro.

Un assaggio dopo l’altro.

E alla fine capimmo che quella giornata non era stata semplicemente una passeggiata per le strade di Capaci.

Era stato un viaggio dentro una tradizione.

Perché in quel paese, quel giorno, la ricetta più importante non era scritta su nessun foglio.

Era custodita nelle parole della gente, nelle mani di chi cucinava, nel fuoco sotto le quarare e soprattutto nella voglia di condividere.

E forse era proprio questo, da sempre, il vero sapore del minestrone di San Giuseppe.

 

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Immagine di Salvino Arena

Salvino Arena