Fontana della vergogna. Una Notte di Marmo: Il peccato segreto di Don Carlo

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Nel cuore di Palermo, tra i palazzi nobiliari e il silenzio severo del monastero di Santa Caterina, si apre uno dei teatri più chiacchierati della città: la monumentale Fontana Pretoria.

Ma per i palermitani non è mai stata soltanto una fontana.
È La Fontana della Vergogna.


La vergogna delle statue… o quella del Senato?

Quando nel Cinquecento il monumento arrivò in città, con il suo corteo di ninfe nude, dei possenti e figure mitologiche senza veli, l’effetto fu dirompente. Troppa carne scolpita. Troppa grazia esibita. Proprio davanti a un convento di clausura.

Le suore di Santa Caterina – si dice – non sopportavano quella sfilata di corpi marmorei che parevano sfidare il pudore cristiano. E così, nel Settecento, iniziarono a circolare storie sempre più audaci: statue “indecorose”, sguardi provocanti, pose ambigue. Alcune voci sfioravano perfino racconti hard, alimentando indignazione e curiosità.

Una notte, narra la leggenda, qualcuno – forse mani devote, forse mani indignate – evirò alcune statue, colpendo proprio le parti considerate “vergognose”.
Il mattino seguente, i palermitani notarono i danni in quelle zone “critiche”. Nessuna prova, nessun colpevole. Ma il sospetto rimase sospeso nell’aria come incenso dopo una messa.

Eppure, al di là delle fantasie, molti storici concordano su una spiegazione più terrena: la “vergogna” non era per la nudità, bensì per il denaro. Il Senato cittadino aveva speso cifre enormi per acquistare, trasportare e rimontare la fontana. E il popolo, affamato e tassato, si indignò.

Vergogna per i costi.
Vergogna per lo spreco.


Le voglie della regina e i simboli ambigui

Tra le figure più discusse vi è la ninfa accanto a Pegaso. I palermitani più maliziosi vi riconobbero le sembianze di Giovanna II d’Angiò, sovrana famosa per i suoi amori e per la reputazione licenziosa che le cronache le attribuirono.

Altri sussurravano dell’ambigua rappresentazione della sirina,  strumento musicali attribuito al dio Pan, simbolo di seduzione e istinto. Il marmo sembrava parlare un linguaggio che mescolava mito, desiderio e provocazione.

La piazza diventò così un palcoscenico di allusioni, sguardi complici e racconti tramandati sottovoce.


Le fantasie di don Carlo D’Avalos

Ma tra tutte le storie, ce n’è una che ancora oggi fa sorridere – e arrossire.

Protagonista è don Carlo D’Avalos, generale della cavalleria siciliana. Uomo potente, temuto, abituato a ottenere ciò che voleva.

Si racconta che un giorno il suo sguardo si posò su una delle statue più belle della fontana. Una figura femminile dalle forme perfette, scolpita con tale realismo da sembrare viva.

E lui se ne invaghì.

Non un semplice apprezzamento artistico. Non un fugace capriccio.
Un’infatuazione vera e propria.

La leggenda vuole che don Carlo, accecato dal desiderio, ordinò di smontare la statua e farla trasportare nelle sue stanze. Una notte segreta. Una follia di marmo e passione.

Per giorni la fontana rimase “orfana” della sua ninfa. Poi, improvvisamente, la statua ricomparve al suo posto. Restituita. Come se nulla fosse accaduto.

“A cose fatte”, mormorarono i più maliziosi.


Un monumento tra scandalo e meraviglia

Che siano state le suore indignate, il popolo furioso o un generale troppo romantico, la Fontana Pretoria ha saputo trasformare pettegolezzi e scandali in leggenda.

Oggi resta lì, immobile e superba, nel cuore di Palermo.
Testimone silenziosa di desideri, moralismi e fantasie.

E forse è proprio questo il suo vero fascino: non solo la bellezza del marmo, ma le storie proibite che continuano a scorrere, invisibili, come l’acqua tra le sue vasche.

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Immagine di Salvino Arena

Salvino Arena