Se passeggiate con me lungo via Maqueda, nel cuore del centro storico di Palermo, vi invito a fare una piccola deviazione. Imbocchiamo via del Celso, una strada che a prima vista potrebbe sembrare soltanto uno dei tanti vicoli della città antica, ma che in realtà custodisce secoli di storia, memorie dimenticate e tracce di civiltà che si sono susseguite lasciando ciascuna il proprio segno.
Siamo nel mandamento Monte di Pietà, conosciuto anche come Seralcadi, in un angolo di Palermo dove il passato non è mai del tutto scomparso. Questa strada, tra le più antiche del centro storico, conduce da via Maqueda verso la zona della Guilla e attraversa un paesaggio urbano fatto di palazzi nobiliari, antiche architetture e testimonianze archeologiche.
Ma sapete che via del Celso, un tempo, aveva un nome ben diverso? Era conosciuta come Strada del Cancelliere, denominazione legata a Matteo d’Aiello, gran cancelliere del Regno di Sicilia durante il regno di Tancredi. La sua abitazione si trovava in quest’area e il nome della strada richiamava proprio quella presenza importante.
Ancora prima, durante la dominazione islamica, la via era chiamata Sucac el-Kes e successivamente Ruga Kes. Nomi che sembrano arrivare da un passato lontanissimo, quando Palermo era una città attraversata da culture, lingue e tradizioni differenti.
Anche l’origine del nome attuale, Celso, ha avuto per lungo tempo qualcosa di misterioso. Una spiegazione più recente lo collega alla memoria di san Celso, figlio di san Paolino di Nola. Proprio in questa zona, infatti, sorgeva la chiesa di San Paolino dei Giardinieri, costruita nel 1571, nel luogo oggi occupato dalla moschea di Palermo. Secondo la tradizione religiosa, la morte prematura del figlio avrebbe avuto un ruolo importante nella conversione di Paolino. È una storia che aggiunge alla strada una dimensione spirituale, intrecciando la memoria cristiana con la realtà multiculturale della Palermo di oggi.
Camminando, il nostro sguardo incontra anche antichi palazzi che raccontano la vita delle famiglie nobiliari palermitane. Tra questi troviamo Palazzo Galletti di Santa Marina, le cui origini risalgono al XIV secolo, Palazzo Gualbes e Palazzo Vanni di San Vincenzo. Edifici che, dietro le loro facciate, conservano ancora il fascino di una città che per secoli è stata teatro di potere, ricchezza e trasformazioni.
Ma il segreto forse più sorprendente si nasconde nelle fondamenta. Nell’area di Palazzo Lanza Trabia sono stati rinvenuti resti murari di origine punica, testimonianze preziose che ci riportano a una Palermo ancora più antica, quando la città era parte del mondo fenicio-punico. Sono tracce silenziose, rimaste sotto le costruzioni delle epoche successive, come pagine di un libro che non abbiamo ancora finito di leggere.
E così, mentre percorriamo via del Celso, comprendiamo che Palermo non si lascia scoprire tutta in una volta. Bisogna rallentare, alzare gli occhi, osservare le pietre e lasciarsi incuriosire dai nomi delle strade. Perché a volte, dietro un semplice vicolo, si nasconde una storia capace di attraversare millenni.
Io, da buon palermitano, ve lo dico sempre: per innamorarsi davvero di Palermo non basta guardarla, bisogna imparare ad ascoltare quello che ha da raccontarci.







