L’ULTIMA TAVOLATA
L’ultima tappa del nostro girovagare tra le tavolate della Sagra del Minestrone di San Giuseppe decisi di farla nel rione delle case popolari.
«Vedrete che anche qui troveremo qualcosa da assaggiare» dissi ai miei amici del Nord, che ormai avevano capito una cosa: a Capaci, durante la festa, una tavolata non si guarda soltanto… si visita!
Anche qui, proprio come nel centro storico, avevano preparato un lungo banchetto e alcune persone erano impegnate intorno alle pentole. Ci avvicinammo e, naturalmente, dopo i saluti arrivò la domanda che ormai ci accompagnava da una tavolata all’altra:
«Ma voi come lo preparate il minestrone?»
Ogni volta scoprivamo qualcosa di diverso.
La ricetta poteva cambiare da una famiglia all’altra, ma il risultato era sempre quello: un piatto povero solo nel nome, perché dentro quella pentola c’era un pezzo della storia contadina di Capaci, fatto di prodotti dell’inverno e delle prime verdure della primavera.
E naturalmente, dopo il minestrone, arrivò il momento più atteso dai miei amici.
Il dolce.
«Questo dovete assaggiarlo» dissi, prendendo un piccolo dolce che ci avevano offerto.
«Si chiama Arasimeddu.»
I miei amici si guardarono incuriositi.
«E che significa?»
«Il nome viene da Sant’Arasimu, così i capacioti chiamano affettuosamente Sant’Erasmo, il Santo patrono.»
Poi raccontai loro che l’Arasimeddu non è semplicemente un pasticcino.
È uno di quei dolci che, a Capaci, raccontano una storia.
Una friabile pasta frolla racchiude una conserva di cedro dal profumo intenso e agrumato, mentre sulla superficie una cascata di codette di zucchero colorato porta un tocco di allegria.
«Un dolce semplice» spiegai, «ma con dentro tanta memoria.»
Un tempo gli Arasimeddi erano particolarmente legati alla festa di Sant’Erasmo. Venivano preparati come omaggio al santo e poi distribuiti nei giorni della festa.
«Quindi erano anche un gesto di devozione?» mi chiese uno degli amici.
«Proprio così. Qui a Capaci il sacro e il profano hanno spesso camminato insieme. E questo piccolo dolce ne è un esempio perfetto: si prepara con le mani, si offre, si condivide. E mentre lo mangi, ti arriva addosso una storia che viene da lontano.»
I miei amici addentarono l’Arasimeddu.
Io li guardai sorridendo.
Dopo aver attraversato le tavolate del centro e quelle del rione delle case popolari, avevamo ormai assaggiato il minestrone in tutte le sue sfumature e conosciuto tante persone che, tra un mestolo e una chiacchiera, ci avevano raccontato un pezzetto della loro tradizione.
Pensai che forse fosse proprio questo il bello della nostra passeggiata.
Non avevamo semplicemente fatto il giro delle tavolate.
Avevamo fatto il giro delle persone.







