Palermo, 5 maggio 1957 – Teatro Politeama Garibaldi.
La città freme. C’è il pienone. Sul cartellone campeggia il titolo della rivista ideata da Mangini e Nelli: “A prescindere”. Ma è un nome, più di ogni altro, ad attirare gli sguardi e i cuori dei palermitani: Totò.
Sì, Totò, il Principe della risata, il nobile e umile Antonio De Curtis, è atteso sul palco. Quel suo nome, breve eppure immenso, è già leggenda. In platea si respira l’elettricità di un momento raro: vedere Totò dal vivo è come sfiorare la magia.
Le luci si abbassano. Sipario.
Totò entra in scena con la consueta energia, l’andatura inconfondibile, le battute taglienti e surreali, la mimica che non ha eguali. Il pubblico esplode in risate e applausi. Ma dietro quel sorriso storto, quella voce chiara, qualcosa s’incrina. Totò avverte un malore improvviso. La vista si fa annebbiata. Si tratta di un grave disturbo: una parziale perdita della vista lo coglie nel pieno della rappresentazione.
Eppure non si ferma.
Con una forza che solo i grandi del palcoscenico possiedono, Totò stringe i denti e va avanti. Cambia qualcosa nel passo, nell’intonazione. Chi lo conosce bene se ne accorge. Ma il pubblico, ignaro, continua a godere dello spettacolo.
Totò conclude l’esibizione in piedi, dignitoso, fragile e immenso. Non lascia trasparire nulla, se non quella sua grandezza tragica e comica insieme. Quando il sipario cala, non cala su una semplice serata teatrale: cala su un momento storico.
Quella del 5 maggio 1957 non fu solo un’esibizione: fu l’ultima apparizione teatrale di Totò, un addio velato, amaro, ma straordinario.
Il Teatro Politeama Garibaldi di Palermo non dimenticherà mai quella sera.
E nemmeno l’Italia dimenticherà Totò, il comico che fece ridere anche quando non vedeva più il mondo, ma continuava a donargli luce.








