Il Mercato del Capo, il gioco del “Tocco” e la finale di Coppa Italia.

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SOTTO E PADRONE
In uno scatolone dove ho riposto tutti i premi e i trofei che ho vinto da bambino nei tornei sportivi organizzati all’oratorio e nelle gare di tabellini alle elementari, c’è un librello di poesie, il premio per avere nominato “sotto” una persona.
Era la vigilia di Juventus – Palermo finale di coppa Italia edizione 1978-79 con mio padre ed una ventina di suoi amici tutti commercianti del “Capo”. Ognuno di loro aveva un banco nello storico mercato, tra gli altri c’erano: Sariddu alivaru, Pinu u Rizzu, i fruttivendoli Peppuccio e u Caciuppu, Cidduzzu u pisciaiuolu, Ninu u cascavaddaru e Giacuminu u puipparu. Tutta la combriccola ci imbarcammo sulla nave Tirrenia che alle ore 20, 30 salpò dal molo Santa Lucia di Palermo alla volta di Napoli, sede della finale.
*U vapuri i Napuli *come tutti lo chiamavano era pieno al punto che molta gente non trovando una sistemazione adeguata decise di passare la notte nella sala ristorante.
Il nostro gruppo passò una buona parte della nottata affinchè l’ultimo bidoncino di vino non fu prosciugato a fare i tocchi. Il tocco è un gioco che vede la partecipazione di un elevato numero di persone le quali, disponendosi in cerchio fanno come per la morra la conta delle dita, chi viene scelto dopo la morra è chiamato “l’uscita” il quale ha l’onere di scegliere i due piloti del gioco, non prima di aver bevuto il suo bicchiere di vino oppure di riservarlo per poi berlo durante la fase del gioco, infatti ha il privilegio di bere vino in qualsiasi momento**. I due** designati a condurre il gioco vengono chiamati “Sotto e padrone”. Contrariamente a quanto può sembrare, il vero comandante del gioco è il sotto, il padrone può soltanto proporre gli invitati al bere al sotto, il quale può confermare o dire: *passa pi mita, * cioè propongo un nuovo invitato. Il gioco termina quando le porzioni di vino, inizialmente stabiliti, vanno esaurite, per poi ricominciare da capo. Alla fine i responsi sono: vincitori tutti ubriachi e contenti, gli sconfitti a bocca asciutta i quali prendono il nome di accucciati.
Alla girandola del tocco fui invitato anch’io a gettare la mano cioè a partecipare alla morra. Eravamo in ventiquattro, la somma delle dita fu settantatre, e colui che si era preso l’incarico di contare disse: cu tuocca niesci, fu allora che tutti per accaparrarsi le mie grazie dissero*: u* picciriddu **con palese soddisfazione. Per togliermi da ogni imbarazzo decisi di designare padrone mio padre e sotto la persona più anziana del gruppo u zu Vicè Orestano, il quale esclamò “minchia era ora” e si tolse lo sfizio di lasciare a bocca asciutta tutti coloro che precedentemente l’avevano fatto con lui.
Alla fine del gioco tutti quanti, chi più chi meno brilli, come del resto tutti i passeggeri della nave, iniziarono ad intonare cori a favore del Palermo, poi a turno, chi si riteneva di avere doti canore cantavano canzoni, c’era chi riscuoteva successo e chi concludeva la sua performance tra piritoni o meglio detto tra coloratissime pernacchie. *U pirichinieddu cantò in coppia con Pinuzzo Schillaci detto Villa “Torna”, u Cidduzzu “Carmela”, u Capuni recitò “A livella” di Totò, quello che invece riscosse più successo fu u zu Vicè Orestano una sua poesia dal titolo “Quacina” * , una poesia triste e toccante per il suo contenuto, infatti parlava di un bambino caduto nel pentolone con dentro la calce ancora “viva” appunto chiamata quacina e di suo padre che non aveva fatto in tempo ad estrarlo ancora in vita..
*U zu Vicè Orestano * per dimostrarmi la sua gratitudine per averlo designato al ruolo di sotto mi regalò un libricino di poesia da lui scritte dal titolo “Poesie di Vincenzo Orestano, Quacina”.
Il giorno della partita lo passammo girando per i quartieri spagnoli della città partenopea per poi nel tardo pomeriggio andammo allo stadio San Paolo.
Premetto che sono tifoso sia del Palermo, sia della Juventus, per queste due squadre nutro due amori diversi tra loro: il Palermo è come la mamma, ci sono nato, ci sono cresciuto e per questo sono portato a perdonarle tutto. La Juventus è come la fidanzata: l’ho conosciuto dopo e mi è piaciuta, le voglio bene e pretendo molto da lei il massimo perché è la mia donna.
Quella sera mi trovai a scegliere, e arrivato allo stadio con il cuore diviso in due vado di filato è naturale, nel settore delle bandiere rosanero. “Che faccio?” mi chiedo senza tregua ma appena metto piede in curva, comincio a gridare con tutto il fiato che ho in gola “forza Palermo”!!!.
Alla fine piansi ma non so se furono lacrime di gioia (Juventus) o di dolore (Palermo) una cosa è certa, fu una notte d’amore pure quella.
Salvatore Arena.

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Salvino Arena

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